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28.06.2005
Paradiso Perduto
Casa mia è a 20 metri dal mare, davanti a una spiaggia non proprio di lusso ma comunque una spiaggia tranquilla e ben tenuta, con un gestore di stabilimento che è il figlio di quello che è stato lì per trent'anni prima di morire e lasciare il suo posto ai discendenti, lo stesso posto dove mio padre andava a giocare a carte con i suoi amici di sempre.
Insomma, la spiaggia di fronte casa mia è un piccolo pezzo della mia storia personale, comprensivo di abbandono in età adolescenziale per inseguire lidi più alla moda e di successivo ritorno in età adulta, quando la musica a volume sparato non fa più piacere (e il confronto con le sedicenni in costume comincia a diventare impietoso).
Il vero vantaggio di andare al mare sotto casa è che c'è poca gente, nessuno ti guarda, nessuno ti nota, durante i giorni lavorativi non sembra quasi di essere sull'Adriatico, quindi anche se un giorno capita di non essersi depilate si può andare lo stesso, che tanto non ci fa caso nessuno.
Ieri pomeriggio dunque decido di andare al mare, alle sei e mezza, per prendere un po' di fresco: io da sola, con l'unica compagnia del mio libro e di alcuni peli sulle gambe.
Mi sento beatamente libera fino alle sette e mezza, non c'era nessuno, quiete, pace, il sottofondo del rumore del mare, insomma un paradiso.
Poi nel paradiso arrivano tre ragazze, avranno avuto quindici anni a testa, si piazzano sotto l'ombrellone accanto al mio e cominciano a parlare a voce altissima di ragazzi e delle abitudini sessuali di tutte le loro amiche, senza lasciare nulla all'immaginazione.
A un certo punto abbassano la voce, e io penso: si sono rese conto che stanno urlando, e che inoltre stanno sputtanando le loro amiche davanti ad altri.
Invece no: quando riprendono la conversazione, sempre a voce alta, stanno parlando di peli, evidentemente turbate dai miei, e io capisco che anche l'ultimo barlume di paradiso è perduto per sempre.
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23.06.2005
Il Postaccio 3: luomo è un animale sociale
Si fa per dire, è chiaro.
A dire il vero, ultimamente le condizioni di vita stanno cambiando, ma quando sono arrivata nel postaccio la vita era veramente grama.
Esisteva un solo pub (una città capoluogo di provincia che ha UN SOLO pub, non si è mai visto nemmeno nei romanzi di Stephen King), in cui dal giovedì alla domenica si riversava lintera cittadina dai 16 ai 50 anni. Cioè, quelle 30 persone che uscivano, sintende.
Io e la mia socia eravamo solissime, senza uno straccio di amicizia in città, quindi allinizio ci andavamo anche noi. Tempo sei mesi e ci eravamo rese conto che se andavamo al pub avremmo visto sempre lo stesso pienone di facce bovine e avremmo immancabilmente incontrato le poche persone che avevamo conosciuto, e che non avremmo mai voluto conoscere.
Fine delle uscite.
DIGRESSIONE:
Il terrore del pub era iniziato dopo aver fatto le nostre prime conoscenze in città: due fratelli dallaspetto innocuo e rotondo, appartenenti alla categoria dei comodini (vedi post Il Postaccio 1), figli di una nota famiglia di notabili locali, che erano stati così gentili da invitarci una sera a cena a casa loro. Dopo la visita al palazzetto di famiglia stracolmo di mobili antichi e tappeti pregiati, dopo la cena servita da mammà su una tavola imbandita con tovaglia di Fiandra e argenteria del servizio buono, i nostri ospiti ci hanno condotto in mansarda, dove troneggiavano un televisore formato cinema, un divano a otto posti, una tastiera, una chitarra elettrica e un microfono.
Ebbene sì, hanno suonato e cantato per noi, la mia amica ha perfino accennato qualche coro, io invece non ce la facevo: non riuscivo a distogliere lo sguardo da una porta spalancata su una camera, in cui unabat jour illuminava suggestivamente un enorme letto matrimoniale con copriletto a fiori e lenzuola rosa, il cui bordo era stato scostato dal letto come si fa negli hotel, quando si sa che il letto sta per essere occupato.
Ce labbiamo fatta, siamo riuscite a tornare a casa prima di doverci strappare di dosso quelle mani grassocce, ma ci è rimasto per sempre addosso un senso di disgusto nei confronti dei due viscidoni, che avevano tentato in tutti i modi di conquistarci con frasi tipo Adoro regalare gioielli alle donne, oppure Questestate torniamo a Saint Tropez, ma stavolta lascio a casa la Jaguar e mi porto la Ferrari.
Insomma, per evitare questi due tizi abbiamo fatto vita da recluse a lungo.
Poi, finalmente, dopo anni di cene davanti alla televisione, il postaccio si è finalmente dotato di un paio di localini in cui bere qualcosa senza incontrarli. Il nostro preferito è diventato immediatamente un wine bar in cui si trovano ottimi vini, ottima musica, ottimo cibo e un cameriere carino.
Non poteva durare. Il proprietario, un simpaticissimo ex emigrante che parlava con uno strano accento da oriundo italiano di Chicago, è stato arrestato: sembra che i soldi con cui aveva aperto lo splendido locale li avesse guadagnati con unevasione fiscale di quelle che in America ti sbattono in prigione e buttano la chiave, in Italia ti fanno presidente del consiglio (chiedo scusa, non ho saputo resistere alla battuta facile).
Non so se il proprietario del locale sia ancora in prigione o se stia preparando la campagna elettorale, ma per riaverlo in giro baratterei volentieri lintera famiglia di notabili di cui sopra con lui.
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15.06.2005
Il Postaccio 2, ovvero il deserto dei tartari
Non so come fare a descrivere con esattezza il senso di angoscia, di oppressione, di vuoto che mi gelava il cuore ogni volta che la domenica sera tornavo nella famosa cittadina.
Le città di provincia hanno in genere il vantaggio di essere accoglienti, a misura d'uomo, si gira a piedi, si fa amicizia con il macellaio, si incontrano le stesse facce familiari, il sabato c'è un rassicurante passeggio sul corso principale.
Nulla di tutto questo. La mia cittadina si estende su una lunga e stretta cresta rocciosa, quindi è tutta in discesa (che diventa salita se magari si vuole tornare indietro) ed ha in tutto tre lunghissime strade in lungitudine e una serie di cortissime viuzze che la attraversano: risultato, bisogna prendere la macchina per andare ovunque, perché la città è lunga più di tre chilometri e gli uffici pubblici sono strategicamente disposti nei punti più distanti.
Ovviamente una delle lunghissime vie longitudinali è fiancheggiata dalla ferrovia, che taglia in due la già strettissima città: c'è un unico sottopassaggio pedonale, alla stazione, luogo di raduno prediletto di zingari e tossici, e due passaggi automobilistici, ai due capi della città, tanto per far sì che per percorrere 3 chilometri quadrati si possa consumare un pieno di benzina facendo su e giù continuamente.
Probabilmente la schizofrenia che caratterizza il sistema stradale può essere messa in relazione ai sistemi comportamentali degli abitanti, ma non so dire chi abbia influenzato chi.
Magari quando non c'era la ferrovia e le pecore transitavano indisturbate al centro dell'unica via anche gli abitanti erano più normali.
Non parlo a vanvera: giuro che gli abitanti sono strani, molto strani. Nei negozi nessuno ti sorride, anzi spesso all'aria annoiata del negoziante (oppure all'aria smarrita della commessa) si aggiunge uno sguardo risentito verso il cliente, che li ha distratti dai loro pensieri, dal loro ozio, dalla non-attività in cui erano immersi.
Lungo le strade del postaccio non passeggia nessuno. Nemmeno il sabato pomeriggio, non si incontrano gruppi di adolescenti che fanno le vasche né famiglie con bambini che guardano le vetrine del corso. Nemmeno la domenica mattina, non si vedono signore che comprano le pastarelle o famiglie che escono dalla chiesa.
Anzi, a volte sotto il sole del primo pomeriggio sembra di veder passare delle balle di rovi sospinte dal vento, come nei western di Sergio Leone. E la sensazione che si prova in quei casi è esattamente la stessa che provava il cowboy straniero all'arrivo nella cittadina deserta: sguardo desolato e mani pronte a impugnare le pistole.
Ricordo con chiarezza la sensazione alienante, provata più volte, di essere all'interno di un videogioco: tu sei l'unica persona viva, intorno a te ci sono solo poche ombre, che si animano quando gli rivolgi la parola ma con un attimo di ritardo, come quando si accendono le lampadine a consumo ridotto, e per strada ci sono automobili rade e lente, tra le quali si può fare lo slalom senza provocare alcun tipo di reazione.
Ho verificato, la stessa sensazione la provano molte altre persone, e la cosa non mi consola affatto.
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14.06.2005
Il Postaccio 1, ovvero della bruttezza
Comincio una serie di post dedicati al postaccio in cui sono vissuta per cinque anni. Non dico il nome della città per una specie di tabù, temo che se la nomino mi si materializzi di nuovo davanti, con la sua architettura anni '70 e con la bruttezza atavica dei suoi abitanti.
Ho anche paura di offendere qualcuno, ma non per sensibilità, è che non vorrei essere riconosciuta magari dal mio ex vicino di casa paranoico, raggiunta nella mia nuova città e accoltellata una sera all'improvviso (chi è paranoico?).
E poi secondo me porta anche un po' sfiga, meglio non nominarla.
Dicevo, la città in cui ho vissuto si caratterizza principalmente per la bruttezza dei suoi abitanti, nonché di quelli delle zone limitrofe. Ho incontrato uomini dalla bruttezza arcaica, impensabile nelle nostre città, il risultato di secoli di arretratezza, isolamento e accoppiamenti tra consanguinei.
No, non erano dei fenomeni da baraccone, erano i miei colleghi di lavoro.
Gli uomini di questa provincia si distinguono in due categorie: comodini e cinghialetti.
I comodini sono bassi, gambette e braccia corte, torace grosso che si apre in una pancia rotonda, niente collo: praticamente degli armadietti, su cui è direttamente appoggiata una piccola testa a mo' di abat-jour.
I cinghialetti sono dal collo in giù identici ai comodini, si distinguono per il fatto che su un largo e corto collo taurino poggia una grossa testa, tipo cinghiale, appunto.
Le donne sembrano aver seguito una linea evolutiva completamente diversa, sono spesso più alte degli uomini, magre, a volte di una bellezza quattrocentesca poetica, più spesso molto brutte anche loro.
Tutti, dal primo all'ultimo, hanno un che di selvatico, uno sguardo montanaro di stampo verghiano.
Vivere tra di loro è stato come essere una mosca bianca: hanno saputo a prima vista che non ero una di loro, e reciprocamente abbiamo scavato una voragine che è stato impossibile colmare anche in minima parte. Non che io ci abbia mai provato, a dire il vero.
La prossima puntata sarà dedicata al postaccio in sé, ovvero alla ridente cittadina.
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14.06.2005
Chi l'avrebbe detto, sono di nuovo qui
Pensavo che non avrei più scritto su questo blog, non per vera scelta ma piuttosto per mancanza di una forte volontà di aggiornarlo. Un po' come le vecchie e care amiche, che se non le senti da un po' non puoi chiamarle solo per dire Come stai e mettere giù dopo dieci minuti, e allora finisci per non chiamarle più perché la sera sei troppo stanca per una chiacchierata di due ore.
La stessa cosa qui, come fare a condensare in poche righe magari scritte in fretta un periodo denso di avvenimenti? Mi sono successe tante cose, ho lasciato l'orrida cittadina in cui vivevo, mi sono trovata catapultata per un po' in una casa occupata insieme a un'entraineuse polacca e a una pazza che minacciava il suicidio urlando tutte le notti (e mai una volta che mantenesse la promessa), ho subito le molestie sessuali di un dentista amico di una mia amica, ho portato avanti un lavoro difficile gestito da disadattati sociali e individui semi-autistici, ho affrontato malattie in famiglia. Insomma, non è stato un anno tranquillo. Per fortuna ho ritrovato l'amore.
No, non quello di prima. Un altro.
Allora perché sono tornata qui oggi? Due combinazioni.
La prima è stata riaffacciarmi sul mio blog abbandonato e trovare un commento lasciato dopo oltre 7 mesi di silenzio. Un po' come andare a confidarsi sulla tomba di qualcuno.
La seconda è stata leggere un altro blog su un altro sito: ho sentito un tuffo al cuore nel leggere le parole di una donna che per lavoro vive in un postaccio tremendo, lo stesso in cui io sono stata costretta a vivere per cinque anni, sempre per lavoro.
Improvvisamente ho avuto voglia di tirare fuori un po' di quello che ho passato negli ultimi anni. Magari non racconterò mai nei dettagli la storia della convivenza con la ballerina polacca, ma ho un sacco di altre cose da raccontare.
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| Vittoriana |
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| Sto leggendo |
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Douglas Adams: "Ristorante al termine dell'universo".
Robin Lane Fox: "Alessandro Magno".
Agatha Christie Mallowan: "Come, tell me how you live".
S, tutti insieme. |
| Ho visto |
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Chuck Berry e Patty Smith.
A distanza di 24 ore. |
| Sto ascoltando |
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Sto riascoltando i Portishead: dischi, incisioni dal vivo, bootleg, tutto. |
| Vorrei tanto |
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Vorrei molte cose. Soprattutto una vita pi tranquilla. |
| Frase |
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Silvia Ballestra, parlando del suo ultimo libro Tutto su mia nonna:
"Ho scritto un libro sperimentale".
(Si pronuncia: Ho scritto un libbro sperimendale)
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