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08.09.2005
Il Postaccio 6. I Vicini Molesti
Quasi tutti erano molesti a dire il vero, esclusi quelli troppo lontani e quelli veramente pazzi, che occupano una categoria a sé.
Come definire la molestia? Qui la intendo come una presenza impossibile da ignorare, che crea disagio e provoca interrogativi sulla sanità mentale della persona molesta. La differenza con i pazzi è che all'interrogativo non segue una risposta chiara e lampante, resta il dubbio che però-forse-alla fine avevano anche qualche lato positivo e comunque non erano pericolosi.
E dopo questa premessa, ecco la classifica dei vicini più molesti:
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La famiglia della porta accanto.
Non ho mai conosciuto il nome di battesimo della signora, che aveva un'età indefinibile. Dimostrava quarantacinque anni, ma forse ne aveva trenta. Di sicuro aveva non più di trenta capelli in testa, accuratamente tinti di biondo e acconciati con bigodini e frangetta, rossetto rosso fuoco spalmato un po' a caso e indossava solitamente una vestaglietta a fiorellini, d'inverno la metteva sui maglioni. La vestaglietta metteva in evidenza la sua corporatura da comodino, e i fiorellini davano risalto ai suoi numerosi nei, che la facevano in qualche modo somigliare a un Bruno Vespa travestito da casalinga.
Questa donna di rara bruttezza aveva tre figli maschi, dei quali uno molto piccolo quando sono arrivata in quella casa. Il pensiero che suo marito, un brav'uomo che dimostrava più di cinquant'anni, avesse evidentemente rapporti sessuali regolari con lei mi dava un vago senso di repulsione, ma suppongo che il rossetto rosso esercitasse un torbido fascino su di lui.
Insomma, a vederli erano una tranquilla famigliola. Il dramma era averli accanto e SENTIRLI.
I bambini urlavano come aquile in continuazione e la mamma urlava più forte di loro per farsi sentire, loro ovviamente non le davano retta e allora lei provava a picchiarli, così loro urlavano ancora più forte. Comunque è impossibile picchiare tre bambini contemporaneamente, quindi ce n'erano sempre almeno due che correvano rovesciando suppellettili e gridando come maiali scannati.
La signora aveva, o aveva sviluppato negli anni, una voce da soprano della stessa potenza di Maria Callas, con la quale chiamava i figli, accentando i nomi con un do di petto: Chriiiistian!!! Mooooorris!!! Maaaaarco!!!!!
Alla fine noi avevamo abbandonato la stanza che confinava con il loro appartamento, non riuscivamo nemmeno a parlare là dentro. Poi, in preda al bisogno economico, abbiamo affittato la stanza, mostrandola all'inquilina mentre i bambini erano a scuola.
Il fatto che l'inquilina di quella stanza sia ancora mia amica è dovuto solo alla sua profonda bontà d'animo. O forse al fatto che non si è fermata a lungo.
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La seconda famiglia della porta accanto.
A un certo punto, la famiglia urlante si trasferì altrove. Come diretta conseguenza, un mio amico chiese e ottenne di prendere in affitto la famosa stanza confinante.
Forse il fatto che la nuova famiglia accanto fosse amica di quella precedente doveva dirci qualcosa.
Era una donna separata con una figlia dodicenne e una bambina piccola, non più di due anni. La signora somigliava molto all'altra, a parte l'assenza di tintura e di messa in piega sui capelli e la totale mancanza di trucco.
Il mio nuovo coinquilino si svegliava tutte le mattine alle otto e un quarto, ora in cui la signora svegliava una delle sue figlie, non si sa quale. La sveglia funzionava così: la signora urlava per circa venti volte una specie di mantra, recitato a ritmo di marcetta 4/4: So' le ott'e un quarto, vaffanculo - so' le ott'e un quarto, vaffanculo - so' le ott'e un quarto, vaffanculo...
In un'occasione la bambina doveva essere stata particolarmente restia ad alzarsi perché la mamma, oltre alla solita dose di insulti, aveva aggiunto un Alzati, stronza! T'aviv' a'abbandunà! (traduzione: avrei dovuto abbandonarti). Lo ammetto: nella sua follia, mi era simpatica, non riuscivo a credere che fosse una vera madre di famiglia, preferivo pensare che quelli che sentivamo fossero i dialoghi di una sit-com un po' cinica.
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14.07.2005
Il Postaccio 5. Neighbours
Ah, i miei vicini di casa. Ora che ho buone speranze di non vederli più quasi quasi mi mancano.
Il tempo sbiadisce un po' i ricordi e dà un caldo colore ai bei tempi in cui le mie feste e le mie cene venivano interrotte alle 23.30 dalla polizia chiamata dai solerti vicini, con il risultato che alla fine se invitavo qualcuno davo direttamente la comunicazione in Questura come per le manifestazioni di piazza e invitavo direttamente quelli della Volante a cena.
E che nostalgia di quella del primo piano che buttava dal balcone sulla mia auto i resti di cene, merende, giardinaggio e a volte la cacca del cane!
Premettendo che in cinque anni ho imparato tre nomi in tutto e che molti non li ho mai visti, ho classificato i vicini in varie categorie, del resto erano tanti in un condominio di 7 piani e 31 famiglie, e avevano tutti un diverso modo di rapportarsi con le strane inquiline dell'interno 30, che venivano da fuori, si vestivano in modo decisamente cittadino, non erano una famiglia ma una srl, non erano dotate di un capofamiglia maschio e non si vedevano mai se non la mattina all'uscita di casa e la sera al ritorno.
I simpatici. Due in tutto: la deliziosa vecchietta del primo piano, con cui facevo delle bellissime conversazioni sul tempo, sui fiori e sull'importanza di un buon parrucchiere, e un caro signore del secondo piano, che una volta mi ha visto tentare di portare da sola un pesantissimo tavolo di legno massiccio e mi ha aiutato a trasportarlo fin dentro casa e poi l'ha rimontato per me.
Gli antipatici. Il tizio del secondo piano aveva la terribile colpa di essere il padre della Nana Malefica, una cattivissima e acida collega, che mi odiava perché odiava tutte le donne più belle di lei, ovvero tutte le donne.
Mi rendo conto che non è facile essere simpatiche quando si è alte un metro e mezzo scarso con gambe e braccia corte, labbra sottili e il nasone, eppure lei aveva immeritatamente un fidanzato bello e con il macchinone, quindi avrebbe dovuto sentirsi felice secondo il metro di giudizio della felicità del postaccio. Comunque la più antipatica era lei, in modo talmente assoluto che nessun altro merita di entrare nella lista.
(segue)
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01.07.2005
Il Postaccio 4: Sex and the City
Ho già detto che gli anni passati nel postaccio sono stati caratterizzati da una profonda solitudine amorosa. Il baratro che mi separava dagli autoctoni rendeva impossibile un'interazione di emozioni, e nessuno dei miei vecchi fidanzati o amanti passati se la sentiva di venire a trovarmi molto spesso, quindi anche la mia vita sessuale, come dire, sapeva di poco.
In aggiunta a tutto questo, a un certo punto la sensazione di solitudine era diventata un vero senso di isolamento: si era creata una tensione tremenda con uno dei miei pochi amici del posto, ovvero il mio ex capo che contemporaneamente era anche uno dei miei migliori amici. Non ho mai saputo il perché, posso solo supporre che la sua nuova fidanzata non gradisse la mia presenza, diciamo pure che non sopportava che io respirassi in un raggio di 2000 chilometri da lei e dal suo passaporto per un matrimonio accuratamente pianificato.
Insomma, a un certo punto i miei ex colleghi di lavoro, che erano i miei unici amici del luogo o almeno buoni conoscenti, hanno cominciato ad avere problemi a farsi vedere in giro con me. Solo pochissimi eroi hanno continuato a osare pronunciare il mio nome davanti al capo o a sua moglie, e quindi ad accettare i miei inviti a cena. Non è stato per niente bello.
Però a un certo punto ho incontrato un uomo che mi è piaciuto. Ebbene sì, un indigeno, ma diverso dagli altri: nonostante un po' di pancetta era molto più alto della media e non era né un comodino né un cinghialetto, aveva degli occhi verdi molto vivaci e sapeva parlare un italiano perfetto, senza influssi del terribile dialetto locale e senza perdersi per strada i congiuntivi.
Detta così sembra un po' poco per prendersi una cotta per qualcuno, ma volevo a tutti costi che il bicchiere fosse mezzo pieno.
Ho avuto una strana relazione con lui per circa un anno. Ci vedevamo in media ogni tre settimane, nonostante lui abitasse dietro casa mia e non avesse moglie, figli o fidanzate. Praticamente venivo dopo: 1) le cene dalla mamma, 2) le riunioni politiche, 3) i viaggi con gli amici altolocati, 4) gli incontri saltuari con una donna di cui era innamorato (ma non lo ammetteva nemmeno a se stesso perché non si sarebbe mai ufficialmente fidanzato con lei in quanto di bassa estrazione sociale nonché separata con due figli).
Questo suo snobismo un po' mi sconcertava, come pure faticavo ad accettare la sua palese indifferenza nei miei confronti, per non parlare delle sue perversioni sessuali: senza entrare in dettagli, già il fatto di essere costretta a scopare con il sottofondo di Porta a Porta la dice lunga.
A un certo punto ho dovuto aprire gli occhi, a causa di problemi in famiglia che mi hanno fatto cambiare il punto di osservazione nei confronti della vita.
Quando ho visto pienamente la grettezza e l'aridità di quell'uomo ho reagito come mai in vita mia: l'ho invitato a cena e gli ho spiegato con calma, per quattro lunghe ore, tutti i motivi per cui lo disprezzavo, pregandolo di sparire dalla mia vita e informandolo che da quel giorno non lo avrei mai più nemmeno salutato per strada.
Mi piacerebbe chiudere il post con una vena di umorismo, ma non c'è proprio nulla da sorridere: è l'unica persona che vorrei cancellare dal mio passato.
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28.06.2005
Paradiso Perduto
Casa mia è a 20 metri dal mare, davanti a una spiaggia non proprio di lusso ma comunque una spiaggia tranquilla e ben tenuta, con un gestore di stabilimento che è il figlio di quello che è stato lì per trent'anni prima di morire e lasciare il suo posto ai discendenti, lo stesso posto dove mio padre andava a giocare a carte con i suoi amici di sempre.
Insomma, la spiaggia di fronte casa mia è un piccolo pezzo della mia storia personale, comprensivo di abbandono in età adolescenziale per inseguire lidi più alla moda e di successivo ritorno in età adulta, quando la musica a volume sparato non fa più piacere (e il confronto con le sedicenni in costume comincia a diventare impietoso).
Il vero vantaggio di andare al mare sotto casa è che c'è poca gente, nessuno ti guarda, nessuno ti nota, durante i giorni lavorativi non sembra quasi di essere sull'Adriatico, quindi anche se un giorno capita di non essersi depilate si può andare lo stesso, che tanto non ci fa caso nessuno.
Ieri pomeriggio dunque decido di andare al mare, alle sei e mezza, per prendere un po' di fresco: io da sola, con l'unica compagnia del mio libro e di alcuni peli sulle gambe.
Mi sento beatamente libera fino alle sette e mezza, non c'era nessuno, quiete, pace, il sottofondo del rumore del mare, insomma un paradiso.
Poi nel paradiso arrivano tre ragazze, avranno avuto quindici anni a testa, si piazzano sotto l'ombrellone accanto al mio e cominciano a parlare a voce altissima di ragazzi e delle abitudini sessuali di tutte le loro amiche, senza lasciare nulla all'immaginazione.
A un certo punto abbassano la voce, e io penso: si sono rese conto che stanno urlando, e che inoltre stanno sputtanando le loro amiche davanti ad altri.
Invece no: quando riprendono la conversazione, sempre a voce alta, stanno parlando di peli, evidentemente turbate dai miei, e io capisco che anche l'ultimo barlume di paradiso è perduto per sempre.
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23.06.2005
Il Postaccio 3: luomo è un animale sociale
Si fa per dire, è chiaro.
A dire il vero, ultimamente le condizioni di vita stanno cambiando, ma quando sono arrivata nel postaccio la vita era veramente grama.
Esisteva un solo pub (una città capoluogo di provincia che ha UN SOLO pub, non si è mai visto nemmeno nei romanzi di Stephen King), in cui dal giovedì alla domenica si riversava lintera cittadina dai 16 ai 50 anni. Cioè, quelle 30 persone che uscivano, sintende.
Io e la mia socia eravamo solissime, senza uno straccio di amicizia in città, quindi allinizio ci andavamo anche noi. Tempo sei mesi e ci eravamo rese conto che se andavamo al pub avremmo visto sempre lo stesso pienone di facce bovine e avremmo immancabilmente incontrato le poche persone che avevamo conosciuto, e che non avremmo mai voluto conoscere.
Fine delle uscite.
DIGRESSIONE:
Il terrore del pub era iniziato dopo aver fatto le nostre prime conoscenze in città: due fratelli dallaspetto innocuo e rotondo, appartenenti alla categoria dei comodini (vedi post Il Postaccio 1), figli di una nota famiglia di notabili locali, che erano stati così gentili da invitarci una sera a cena a casa loro. Dopo la visita al palazzetto di famiglia stracolmo di mobili antichi e tappeti pregiati, dopo la cena servita da mammà su una tavola imbandita con tovaglia di Fiandra e argenteria del servizio buono, i nostri ospiti ci hanno condotto in mansarda, dove troneggiavano un televisore formato cinema, un divano a otto posti, una tastiera, una chitarra elettrica e un microfono.
Ebbene sì, hanno suonato e cantato per noi, la mia amica ha perfino accennato qualche coro, io invece non ce la facevo: non riuscivo a distogliere lo sguardo da una porta spalancata su una camera, in cui unabat jour illuminava suggestivamente un enorme letto matrimoniale con copriletto a fiori e lenzuola rosa, il cui bordo era stato scostato dal letto come si fa negli hotel, quando si sa che il letto sta per essere occupato.
Ce labbiamo fatta, siamo riuscite a tornare a casa prima di doverci strappare di dosso quelle mani grassocce, ma ci è rimasto per sempre addosso un senso di disgusto nei confronti dei due viscidoni, che avevano tentato in tutti i modi di conquistarci con frasi tipo Adoro regalare gioielli alle donne, oppure Questestate torniamo a Saint Tropez, ma stavolta lascio a casa la Jaguar e mi porto la Ferrari.
Insomma, per evitare questi due tizi abbiamo fatto vita da recluse a lungo.
Poi, finalmente, dopo anni di cene davanti alla televisione, il postaccio si è finalmente dotato di un paio di localini in cui bere qualcosa senza incontrarli. Il nostro preferito è diventato immediatamente un wine bar in cui si trovano ottimi vini, ottima musica, ottimo cibo e un cameriere carino.
Non poteva durare. Il proprietario, un simpaticissimo ex emigrante che parlava con uno strano accento da oriundo italiano di Chicago, è stato arrestato: sembra che i soldi con cui aveva aperto lo splendido locale li avesse guadagnati con unevasione fiscale di quelle che in America ti sbattono in prigione e buttano la chiave, in Italia ti fanno presidente del consiglio (chiedo scusa, non ho saputo resistere alla battuta facile).
Non so se il proprietario del locale sia ancora in prigione o se stia preparando la campagna elettorale, ma per riaverlo in giro baratterei volentieri lintera famiglia di notabili di cui sopra con lui.
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15.06.2005
Il Postaccio 2, ovvero il deserto dei tartari
Non so come fare a descrivere con esattezza il senso di angoscia, di oppressione, di vuoto che mi gelava il cuore ogni volta che la domenica sera tornavo nella famosa cittadina.
Le città di provincia hanno in genere il vantaggio di essere accoglienti, a misura d'uomo, si gira a piedi, si fa amicizia con il macellaio, si incontrano le stesse facce familiari, il sabato c'è un rassicurante passeggio sul corso principale.
Nulla di tutto questo. La mia cittadina si estende su una lunga e stretta cresta rocciosa, quindi è tutta in discesa (che diventa salita se magari si vuole tornare indietro) ed ha in tutto tre lunghissime strade in lungitudine e una serie di cortissime viuzze che la attraversano: risultato, bisogna prendere la macchina per andare ovunque, perché la città è lunga più di tre chilometri e gli uffici pubblici sono strategicamente disposti nei punti più distanti.
Ovviamente una delle lunghissime vie longitudinali è fiancheggiata dalla ferrovia, che taglia in due la già strettissima città: c'è un unico sottopassaggio pedonale, alla stazione, luogo di raduno prediletto di zingari e tossici, e due passaggi automobilistici, ai due capi della città, tanto per far sì che per percorrere 3 chilometri quadrati si possa consumare un pieno di benzina facendo su e giù continuamente.
Probabilmente la schizofrenia che caratterizza il sistema stradale può essere messa in relazione ai sistemi comportamentali degli abitanti, ma non so dire chi abbia influenzato chi.
Magari quando non c'era la ferrovia e le pecore transitavano indisturbate al centro dell'unica via anche gli abitanti erano più normali.
Non parlo a vanvera: giuro che gli abitanti sono strani, molto strani. Nei negozi nessuno ti sorride, anzi spesso all'aria annoiata del negoziante (oppure all'aria smarrita della commessa) si aggiunge uno sguardo risentito verso il cliente, che li ha distratti dai loro pensieri, dal loro ozio, dalla non-attività in cui erano immersi.
Lungo le strade del postaccio non passeggia nessuno. Nemmeno il sabato pomeriggio, non si incontrano gruppi di adolescenti che fanno le vasche né famiglie con bambini che guardano le vetrine del corso. Nemmeno la domenica mattina, non si vedono signore che comprano le pastarelle o famiglie che escono dalla chiesa.
Anzi, a volte sotto il sole del primo pomeriggio sembra di veder passare delle balle di rovi sospinte dal vento, come nei western di Sergio Leone. E la sensazione che si prova in quei casi è esattamente la stessa che provava il cowboy straniero all'arrivo nella cittadina deserta: sguardo desolato e mani pronte a impugnare le pistole.
Ricordo con chiarezza la sensazione alienante, provata più volte, di essere all'interno di un videogioco: tu sei l'unica persona viva, intorno a te ci sono solo poche ombre, che si animano quando gli rivolgi la parola ma con un attimo di ritardo, come quando si accendono le lampadine a consumo ridotto, e per strada ci sono automobili rade e lente, tra le quali si può fare lo slalom senza provocare alcun tipo di reazione.
Ho verificato, la stessa sensazione la provano molte altre persone, e la cosa non mi consola affatto.
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14.06.2005
Il Postaccio 1, ovvero della bruttezza
Comincio una serie di post dedicati al postaccio in cui sono vissuta per cinque anni. Non dico il nome della città per una specie di tabù, temo che se la nomino mi si materializzi di nuovo davanti, con la sua architettura anni '70 e con la bruttezza atavica dei suoi abitanti.
Ho anche paura di offendere qualcuno, ma non per sensibilità, è che non vorrei essere riconosciuta magari dal mio ex vicino di casa paranoico, raggiunta nella mia nuova città e accoltellata una sera all'improvviso (chi è paranoico?).
E poi secondo me porta anche un po' sfiga, meglio non nominarla.
Dicevo, la città in cui ho vissuto si caratterizza principalmente per la bruttezza dei suoi abitanti, nonché di quelli delle zone limitrofe. Ho incontrato uomini dalla bruttezza arcaica, impensabile nelle nostre città, il risultato di secoli di arretratezza, isolamento e accoppiamenti tra consanguinei.
No, non erano dei fenomeni da baraccone, erano i miei colleghi di lavoro.
Gli uomini di questa provincia si distinguono in due categorie: comodini e cinghialetti.
I comodini sono bassi, gambette e braccia corte, torace grosso che si apre in una pancia rotonda, niente collo: praticamente degli armadietti, su cui è direttamente appoggiata una piccola testa a mo' di abat-jour.
I cinghialetti sono dal collo in giù identici ai comodini, si distinguono per il fatto che su un largo e corto collo taurino poggia una grossa testa, tipo cinghiale, appunto.
Le donne sembrano aver seguito una linea evolutiva completamente diversa, sono spesso più alte degli uomini, magre, a volte di una bellezza quattrocentesca poetica, più spesso molto brutte anche loro.
Tutti, dal primo all'ultimo, hanno un che di selvatico, uno sguardo montanaro di stampo verghiano.
Vivere tra di loro è stato come essere una mosca bianca: hanno saputo a prima vista che non ero una di loro, e reciprocamente abbiamo scavato una voragine che è stato impossibile colmare anche in minima parte. Non che io ci abbia mai provato, a dire il vero.
La prossima puntata sarà dedicata al postaccio in sé, ovvero alla ridente cittadina.
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14.06.2005
Chi l'avrebbe detto, sono di nuovo qui
Pensavo che non avrei più scritto su questo blog, non per vera scelta ma piuttosto per mancanza di una forte volontà di aggiornarlo. Un po' come le vecchie e care amiche, che se non le senti da un po' non puoi chiamarle solo per dire Come stai e mettere giù dopo dieci minuti, e allora finisci per non chiamarle più perché la sera sei troppo stanca per una chiacchierata di due ore.
La stessa cosa qui, come fare a condensare in poche righe magari scritte in fretta un periodo denso di avvenimenti? Mi sono successe tante cose, ho lasciato l'orrida cittadina in cui vivevo, mi sono trovata catapultata per un po' in una casa occupata insieme a un'entraineuse polacca e a una pazza che minacciava il suicidio urlando tutte le notti (e mai una volta che mantenesse la promessa), ho subito le molestie sessuali di un dentista amico di una mia amica, ho portato avanti un lavoro difficile gestito da disadattati sociali e individui semi-autistici, ho affrontato malattie in famiglia. Insomma, non è stato un anno tranquillo. Per fortuna ho ritrovato l'amore.
No, non quello di prima. Un altro.
Allora perché sono tornata qui oggi? Due combinazioni.
La prima è stata riaffacciarmi sul mio blog abbandonato e trovare un commento lasciato dopo oltre 7 mesi di silenzio. Un po' come andare a confidarsi sulla tomba di qualcuno.
La seconda è stata leggere un altro blog su un altro sito: ho sentito un tuffo al cuore nel leggere le parole di una donna che per lavoro vive in un postaccio tremendo, lo stesso in cui io sono stata costretta a vivere per cinque anni, sempre per lavoro.
Improvvisamente ho avuto voglia di tirare fuori un po' di quello che ho passato negli ultimi anni. Magari non racconterò mai nei dettagli la storia della convivenza con la ballerina polacca, ma ho un sacco di altre cose da raccontare.
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01.10.2004
Silenzio
Vorrei sapere perché è tanto difficile lasciarsi con civiltà, perché c'è sempre bisogno di cadere in basso, chi più chi meno a seconda dei caratteri, ma sempre in basso, in bassissimo quando si ripensa ai tempi in cui si viveva di belle parole e di sentimenti così elevati da sembrare ultraterreni.
E poi ci sono gli amici, che vorrebbero tanto aiutarci. E allora una parola di conforto a te, un insulto all'altro, va sempre così dappertutto, no? Te l'avevo detto, l'avevo sempre saputo, oppure non l'avrei mai sospettato, e volano anche parole pesanti.
Io vorrei tanto che i miei amici non dicessero più niente, vorrei che accettassero il fatto che non voglio essere difesa, protetta né consolata, ma lasciata a vedermela da sola.
In silenzio.
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15.09.2004
Telefono
Fino a pochi anni fa mi permettevo ancora il lusso di disprezzare i telefonini. Guardavo dall'alto in basso gli amici schiavi del cellulare, provavo un segreto disprezzo per chi ne aveva due, e pretendevo di essere rintracciata in altri modi.
Sono stata l'ultima tra le mie conoscenze ad arrendermi alla necessità di avere un telefonino -solo per lavoro, eh!- per diventare ovviamente drogata di sms nel giro di due settimane.
Negli anni il mio rapporto con il telefono si è evoluto in modo simbiotico. E' una parte di me, anzi, è l'estensione dei miei desideri: lo cullo amorevolmente quando sono in attesa di una telefonata che non arriva, controllo se funziona per essere sicura di essere raggiungibile, lo spengo con cattiveria per dimostrare al mondo il mio malumore e a volte lo lancio dall'altra parte della stanza. Piano però, se no si rompe.
E poi, ci sono i tasti per le chiamate rapide. Quelli sono l'indice della mia vita, una specie di scala dei valori, 9 presenze irrinunciabili, messe in ordine di importanza o di frequenza di chiamata. Dall'1 all'8 sono sempre gli stessi numeri da sempre: la socia, la mamma, le migliori amiche "storiche".
E poi c'è il tasto numero 9, che invece cambia. Il 9 è il tasto del fidanzato o dell'amante o dell'uomo del momento, è un tasto da conquistare con passione e tenacia, insomma devo essere motivata a chiamare spesso. Per conoscere la mia vita sentimentale basta mettere le mani sul mio cellulare e guardare quel piccolo tasto, come con le previsioni del tempo, per sapere come gira.
In questo periodo il tasto numero 9 è vuoto, cosa che non era mai successa da quando ho un cellulare.
E' strano leggere quella parola, VUOTO, mi piacerebbe avere l'opzione di cambiarlo in LIBERO, oppure in CHIUSO PER LAVORI.
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11.09.2004
Vittoriana
Oggi ho avuto un rigurgito di adolescenza. Non nel senso dei brufoli o del fare cose assurde, ma una delle cose più tipiche di quell'età infame: ho avuto un attacco di vergogna pensando alle cose assurde fatte in vita mia, che sono parecchie.
Voglio dire, fin da quando le mie amiche mi dicevano che avevo un atteggiamento vittoriano nei confronti della vita e -soprattutto- degli uomini, ogni tanto rimanevo stupefatta di come avessi mai potuto dire o fare un sacco di cose, tipo inciampare e cadere continuamente, fare domande imbarazzanti senza rendermene conto, non accorgermi di essere al centro dell'attenzione per i motivi più vari, insomma cose che capitano.
Be', dopo che da anni nessuno mai direbbe di me che sono vittoriana, oggi mi sono soffermata a ricordare.
Una volta ero con una mia cara amica e, dopo aver fatto un gesto impulsivo (mi sono tolta il vestito e ho fatto il bagno in mare di notte praticamente nuda con un semisconosciuto che però era un suo carissimo amico in presenza di tutta la loro comitiva), ho chiesto alla mia amica se per caso l'avevo messa in imbarazzo. Lei serissima, forte di un'amicizia che dura da quando siamo nate, mi ha risposto: "Ormai non c'è niente che tu possa dire o fare, che possa più mettermi in imbarazzo".
Era il 15 agosto 2001. Mi sono vergognata oggi, tantissimo.
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11.09.2004
Ritorno
Ritorno ad essere quella che ero. Non ho ancora parole a sufficienza, ma ho ripreso la mia identità.
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| Vittoriana |
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| Sto leggendo |
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Douglas Adams: "Ristorante al termine dell'universo".
Robin Lane Fox: "Alessandro Magno".
Agatha Christie Mallowan: "Come, tell me how you live".
S, tutti insieme. |
| Ho visto |
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Chuck Berry e Patty Smith.
A distanza di 24 ore. |
| Sto ascoltando |
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Sto riascoltando i Portishead: dischi, incisioni dal vivo, bootleg, tutto. |
| Vorrei tanto |
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Vorrei molte cose. Soprattutto una vita pi tranquilla. |
| Frase |
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Silvia Ballestra, parlando del suo ultimo libro Tutto su mia nonna:
"Ho scritto un libro sperimentale".
(Si pronuncia: Ho scritto un libbro sperimendale)
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